LE IMPALCATURE DEI GRANDI RESTAURI? AVVOLGIAMOLE NELLA PITTURA VENEZIANA

di Paolo Mameli, da “la Nuova Venezia” del 18/10/2010

 

   In principio c’era l’impalcatura, nuda, fredda e triste. Tutto era sempre bene in vista: le ferite da riparare e gli operai che, come formiche, vi si affannavano intorno; l’unica divisione dal resto del mondo era data da qualche rete, messa lì più per protezione che per altro, e dalle staccionate in legno che impedivano ai curiosi – e ai malintenzionati – di fare danni o farsi del male.

   Poi vennero le coperture in tela, di quel grigio indefinibile che sembra nato per non farsi notare. Ma attorno agli anni Novanta, con l’avvento delle tecnologie digitali e il diffondersi delle gigantografie, ecco il salto di qualità: perché non rappresentare, come in un immenso trompe-l’oeil, la realtà celata, riportando in fotografia le facciate e fingendo che tutto sia come prima?

   E, in effetti, i palazzi se visti da una certa distanza davano l’impressione di essere ancora perfettamente intatti, magari con le sfumature calde e le ombre di una giornata di sole mentre Giove Pluvio stava scatenando le cateratte dal cielo.  Sembrava di avere finalmente trovato la soluzione ideale, quella che permetteva di eseguire gli indispensabili lavori senza tuttavia incidere troppo nel panorama urbano.

   Un giorno però, d’improvviso comparvero gli sponsor: non che non ci fossero mai stati, ma fino a quel momento se n’erano rimasti discretamente confinati in un angolo o in un rettangolino colorato, a guisa di targa, che li indicava come benefattori. Invece eccoli lì, a campeggiare in tutta la loro magniloquenza tra borsette e spolverini griffati indossati da modelle dal broncio perenne.  

   Se pubblicate in una pagina di Vogue o di Vanity Fair, simili immagini possono anche essere gradevoli, ma al centro di un gioiello come Piazza San Marco sono un vero e proprio pugno in un occhio, così avulse e indifferenti a tutto ciò che li circonda.  Da principio ci fu un senso di stordimento, quasi di incredulità, ma ben presto ebbe inizio la protesta che cominciò sempre più a diffondersi, levandosi non solo dai semplici cittadini, ma anche da organi e organizzazioni di assoluto prestigio come il Fai e l’Unesco, per citarne solo alcuni, col diktat perentorio: quegli orrori devono sparire immediatamente.

   Gli amministratori, però, hanno subito ben argomentato le loro posizioni: i monumenti sono vecchi, vecchissimi ed i restauri sono indispensabili, ma le casse sono più in secca del Sahara in un’adeguata giornata di sole.  Lo Stato ormai centellina le risorse e solo gli sponsor, che però chiedono una contropartita in fatto di visibilità, possono fornire quella linfa vitale che permette la dovuta e costante manutenzione. E, a loro dire, non è una via praticabile nemmeno quella di ridurre le dimensioni delle pubblicità: se si riduce l’immagine si riducono gli introiti e questo, allo stato attuale, non è praticabile.  

   Da queste premesse, tutti sembrerebbero avere in egual modo un po’ di torto e un po’ di ragione: gli sponsor devono pur avere un ritorno per quanto spendono, ma potrebbero essere un po’ meno pretenziosi; gli amministratori hanno accettato queste pubblicità per l’atavica scarsezza di risorse per la cultura, tipica del nostro Belpaese, ma dovrebbero anche fare un po’ più la voce grossa, essendo dopotutto i padroni di casa, e di una delle “case” più belle del mondo!  

   Come si evince facilmente, le due posizioni sembrerebbero inconciliabili. E tutti hanno criticato, ma nessuno ha cercato una vera proposta alternativa. Anch’io, nel mio piccolo, ho provato ad immedesimarmi nei rispettivi ruoli: se da una parte comprendo che, in un paese come il nostro con i Beni Culturali che fanno un po’ da Cenerentola nonostante gli infiniti – e paradossalmente troppi – tesori d’arte, i finanziamenti sono scarsi ed arrivano col contagocce, è ben vero che ogniqualvolta passo per Piazza San Marco sento una stretta allo stomaco.

   Finché, l’altro giorno, nel rimirare la foto incongrua di due giovani che scendono da una macchina, ho avuto un’illuminazione, un’idea semplice, quasi ovvia e, forse, proprio per questo in grado di soddisfare un po’ tutti.  Basterebbe sostituire questo genere di pubblicità con immagini tratte dalla pittura veneziana, riproducendo dipinti conservati nei musei veneziani, sia statali che comunali.  

   I marchi delle aziende rimarrebbero intatti, anche se di grandi dimensioni come lo sono ora, e così pure la possibilità di mantenere uno slogan prettamente pubblicitario. Tutto starebbe nel far lavorare i creativi e affinché creino un messaggio efficace.  

   Dopotutto la pubblicità ha spesso saccheggiato il mondo dell’arte e basta lavorare un po’ di fantasia per trovare facilmente alcune connessioni: la figura nuda che allatta della Tempesta di Giorgione si sposa benissimo con tutti i prodotti per neonati e premaman, una Venere dormiente con tutto ciò che concerne il riposo e il benessere dello spirito, la cornucopia che trabocca oro e gioielli del Nettuno tiepolesco per qualsiasi concorso a premi abbinato ad un prodotto.

   E si potrebbe continuare così all’infinito.  Certo le critiche si farebbero sentire: i puristi si ergerebbero sostenendo che in tal modo si svilisce e si snatura il significato delle opere d’arte, gli sponsor che questi messaggi non rientrano nella linea grafica adottata per il marketing. Può darsi.

   Sono certo però che l’impatto sarebbe infinitamente minore, un po’ come un dipinto appeso ad una parete che, magicamente, si amalgama col resto.  Una tale soluzione, inoltre, potrebbe aiutare a (ri)scoprire i capolavori conservati a Venezia, il che sarebbe una cosa positiva per tutti.

   Ovviamente le amministrazioni dovrebbero fare la loro parte, concedendo a titolo gratuito i diritti di riproduzione per quella pubblicità, anche se riportata coordinatamente su altri mezzi (stampa, web e così via). Non è detto che non possa funzionare. Basta che dopo il tempo indispensabile per eseguire i lavori, si tolga tutto ed i monumenti ritornino al loro primitivo splendore.  Ma ora passo la parola ai diretti interessati.


(Paolo Mameli)


(Articolo pubblicato anche su IL MATTINO DI PADOVA e LA TRIBUNA DI TREVISO)

 

La situazione odierna

L’alternativa

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