Prefazione a


“Sensa péli sula léngua - El parlar s-cièto del nostro popolo e altre spassóse curiosità intorno ai modi de dir “ di G. Siega - 1° volume


Una questione di pelo




Il pelo: questa infinitesima parte del nostro corpo, pare impossibile, ha assunto oggi un’importanza proporzionalmente gigantesca nel nostro linguaggio. Si parte dal pelo che ci ha fatto salvare la pelle (… per un pelo non l’hanno travolto) a quello che definisce una “sfiga” senza ritegno (… un pelo più in là e l’avrebbe evitato).

Esiste anche il pelo interno, quello meno visibile ma senza dubbio più cattivo: il pelo sullo stomaco che ha reso fama imperitura a grandi cinici che, assolutamente privi di scrupoli, sono riusciti a causare danni al prossimo e alla comunità. Se poi il pelo ha una colorazione rossiccia, meglio stare alla larga: ce lo insegna anche Giovanni Verga col suo Rosso Malpelo di siciliana memoria, per non parlare poi della cosiddetta carità pelosa, che con una mano dà e con l’altra prende.

Ma forse il pelo peggiore è quello che si trova sulla lingua degli insinceri, dagli Uriah Heep dickensiani agli adulatori professionali di cui è popolata la letteratura di ogni tempo, ai politici inveterati che continuano ad indignarsi e promettere rinnovamenti badando bene nel frattempo a porre profonde radici sulle varie poltrone. Esiste tuttavia anche l’accezione contraria: non avere peli sulla lingua, dire pane al pane, parlare senza mezzi termini, magari pure offendendo, ma il più delle volte presentando la cruda verità così com’è, senza belletti né fumosi giri di parole.

Questo volume si occupa proprio di questo, di quel linguaggio popolare, ma non troppo, che emerge spontaneo, senza censure né morali né culturali, ma che il più delle volte ci presenta una realtà forse meno idealizzata di quanto vorremmo, ma assai più concreta e, perché no?, più divertente.

Qualcuno potrebbe obiettare che il linguaggio senza peli sulla lingua è per lo più volgare, e quindi non è un bene accostarvisi senza prima averci pensato su due volte. Non è del tutto vero: il sommo Dante Alighieri, colui che è riuscito a rappresentare lo sfolgorio del Paradiso, non ha esitato a riprodurre il verso che il diavolo Barbariccia emetteva dalle parti posteriori “… ed egli avea del cul fatto trombetta”. Gli altri esempi letterari sono tantissimi, tali da perderne il conto. Eppure ci sono e, proprio per la nobiltà dei loro autori, assurgono anch’essi a nobiltà. Perciò non c’è da scandalizzarsi se in questo testo alle volte scivola fuori un termine un po’ pesante: tutto è relativo, tutto è strettamente legato al contesto. La medesima imprecazione assume valori fortemente differenti se scaturisce dopo essere scivolato su di un “ricordino” lasciato da un cane in mezzo alla strada proprio il giorno in cui ti stai recando in chiesa per sposarti oppure se viene infilata di proposito in un discorso solo per accentuarne il colore. D’altronde è celebre un locale romano i cui gestori hanno fatto la loro fortuna insultando gli avventori che, gratificati dall’essere stati più volte mandati a quel paese - o peggio -  pagano senza fiatare il salato conto. Può darsi che qualcuno, in vena di masochismo, finga di non avere con sé né contanti né tanto meno carte di credito: in tal modo riuscirà ad avere, gratis, un notevole supplemento di espressioni idiomatiche molto colorite, questa volta veramente genuine.

Per concludere, consiglio a tutti di leggere le pagine che seguono, magari mettendoci un pelo di malizia che, se in buona fede non fa poi male, un pelo di curiosità e, soprattutto, una buona dose di voglia di divertirsi che, con i tempi che corrono, non basta mai!


Paolo Mameli 





Prefazione a


“Sensa péli sula léngua - El parlar s-cièto del nostro popolo e altre spassóse curiosità intorno ai modi de dir “ di G. Siega - 2° volume



Una questione di… lingua




“Avete una lingua lunga un metro1… ” sentenziava Michaleen Flynn (Barry Fitgerald) riferendosi a Mary Kate Danaher (Maureen O’Hara) nell’indimenticabile “Un uomo tranquillo” di John Ford (1952). Certo nessuno dei due aveva peli sulla lingua. Già, la lingua: questa strana appendice che ci permette di apprezzare i gusti, si tende all’infuori per sbeffeggiare, umetta le labbra. E si muove: eccome se si muove. Batte contro i denti, si accartoccia sul palato, s’insinua tra le labbra. Se a ciò, poi, abbiniamo quell’ingrediente magico che si chiama fiato, che abbiamo appena fatto passare attraverso le corde vocali, ecco che avviene il miracolo: si formano dei suoni. Morbidi, suadenti o aspri. Che riuniti tra di loro creano le parole, che a loro volta danno vita alla lingua, la lingua parlata. Lingua forma lingua: un circolo meraviglioso che ci permette di sondare i più profondi recessi dell’anima o esprimere tutto il nostro disdegno con epiteti che richiamano l’atto primitivo del sesso o spaventose sciagure che, nelle intenzioni, in un futuro più o meno prossimo, sicuramente colpiranno il destinatario.

Perché anche le parolacce, il turpiloquio per dirlo con una forma più elegante, fanno parte della lingua. Sono casi recenti quello del politico che assimilava ad un’importante parte dell’apparato genitale maschile gli elettori che non la pensavano come lui, o del comico che proclamava una giornata (Il cosiddetto V-day) per invitare tutti coloro che nelle varie istituzioni non funzionavano bene, ad andare ad espletare certi riti, sempre di ambito sessuale, poco ortodossi e assai sgradevoli. E quello che più divertiva era l’aria fintamente imbarazzata dei giornalisti che riferivano la notizia, gli stessi che magari in qualche fuori-onda riempivano le frasi con espressioni assai più colorite. La lingua è infatti qualcosa di vivo, di sonoro, un patrimonio culturale che dobbiamo cercare di tenerci stretto, incalzato così com’ è dall’aridità spesso criptica degli SMS o da una povertà di vocabolario che tende sempre di più ad appiattirsi, quasi si dovesse risparmiare anche su quello.

Questa piccola raccolta di parole, parole colorite o ónte, come l’autore ama definirle, ci aiuta meglio a contestualizzare queste espressioni, a individuarne l’origine, a comprenderle di più: non è quindi un invito ad usarle, o peggio ancora ad abusarne, come purtroppo troppo spesso usano fare alcuni registi cinematografici per giustificare la mancanza di idee e di comicità, ma un arricchimento culturale e, perché no?, anche un ottimo modo per passare il tempo.

Continuiamo quindi la lettura da M… a Z… con animo sereno e non prevenuto, per poi poter affermare, con una lingua glabra, assolutamente senza peli: “…anche stavolta mi sono divertito!”



Paolo Mameli 

 
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